I Parioli al tempo della crisi

Frammenti di un dialogo tra due amici su una mostra di impressionisti danesi in Abruzzo ai Parioli

M. Voi volete andare lì solo per dileggiare quei poveretti. 
D. No, siamo assidui frequentatori degli eventi culturali dell’ambasciata, sia per l’amicizia verso quella nobile terra, ma soprattutto per la devozione verso sua Eccellenza l’Amb. A. H., forse il più bel capo missione del mondo e della storia della diplomazia. Da amanti della fica, poi, siamo certi che dal connubio danubiano serbo-slovacco potremo trarre grosse soddisfazioni.
Per “dileggiare” ci basta la mostra sugli impressionisti danesi in Abruzzo…
M. E già mi figuro frammenti di Styge bucolici e poverissimi anche con donnicciole molto vedove ancorché giovanissime e paeselli diruti in epoche anche prebelliche.
Poi in quell’ambasciata avreste anche la possibilità di incontrare M. e tentare finalmente di arrivare a possedere grandi appezzamenti di fruttuosissime  terre meridiane, indubbiamente un vostro nemmeno troppo celato sogno. 
[…] Dall’alloggio di via della Spiga 2 dove abita da decenni e donde periodicamente minacciano di cacciarla e lì cronisti del Corriere prontissimi a raccogliere le sue preci disperate è appena uscita Carla Fracci, in una nuvola di stracci bianchissimi mai stirati volontariamente anche costosi forse ritagli di tailleurini Curiel qui dipresso. Perfetta la posizione dei piedi, ça va sans dire fasciati da ballerine. 
D. E’ vero, l’unico punto di contatto fra la mostra di lunedì [dei pittori impressionisti danesi] e quella di giovedi [dei pittori naif slovacchi] è proprio M. Oramai divenuta radical-bo bo, a giudicare dagli occhiali d’osso, il trench e il baschetto di cachemire color caccadipupo che indossava l’altro giorno in via Frattina insieme a soreta e mammeta…. 
La Signora Madre mi è parsa una donna di personalità, non certo bellissima, ma dall’innato orgoglio balcanico […] tre donne che facevano shopping sfrenato a via Frattina l’otto marzo sono state nient’altro che un’epifania di tre erinni, tre nemesi […] vedove ed orfane del maschio nella perenne attesa di castrarne uno nuovo, onoravano il dio Mercurio strisciando la credit card.
Mi domando quando avremo la fortuna di vederle nuovamente baccanti, ma saranno baccanti sanguinarie, in un gioco di morte, dove sangue e vino (abruzzese, ça va sans dire) si fonderanno e noi brinderemo a quell’Orfeo straziato, a quel giovane ucciso, spompinato a morte.

Requiem per smartphone | Primo capitolo: wapp

Dopo cinque anni di smartphone, preso da un raptus amish antiprogressista, ormai una settimana fa sono uscito di casa diretto prima alla pariolissima Nova di piazza Ungheria per acquistare un basico nokia e poi al negozio Tim a cambiare l’abbonamento, altrettanto pariolo, che mi forniva una copertura Internet praticamente devastante. In questi cinque anni, ho fatto di tutto con questo smartphone e, tirando un bilancio, ben poco di buono.

Cerchiamo di analizzare la questione.

L’applicazione wapp, ormai notissima anche tra i non adolescenti, è quella chat infinita che non avrà mai un punto definitivo e ti porterà ad avere un rapporto distorto anche con il portiere del calciotto del lunedì che legge e non risponde; figuriamoci con una donna che ti deve dire se questo cazzo di caffè si può fare o no e ti risponde con un “…ahahhahahahha, ma invece ieri che hai fatto?…” e via discorsi infiniti in cui te non metti mai un punto e inizi a raccontarle la tua serata con omissioni e articolazioni inventatate di rito. Il caffè, caro mio, non si farà mai; al massimo ti viene concessa la cazzata di scriverle alle quattro di mattina completamente ubriaco un cavernicolo “ooooo…che fai?” che dovrebbe essere offensivo, per orario e modalità, anche per un trans che ha appena messo un annuncio su bakeka.

Wapp, oltre a non farti scopare, è il primo parametro di autismo social, inaccettabile compulsione in grado di rovinare qualsiasi tipo di incontro. Paradosso vuole che tu non goda della compagnia delle persone che hai fisicamente di fronte per chattare con altre che sono in luoghi fisici simili al vostro per la malata abitudine di guardare dentro quella scatola infernale. La beffa consiste in un ulteriore paradosso, ossia che se quelle persone con cui chattate fossero di fronte a voi, voi troverete modo di parlare elettronicamente con altre persone ancora, magari proprio quelle che stasera state ignorando.

Quindi ricapitolando: non si scopa, non si parla e non si riesce a essere incisivi.

(continua)

Sogni rubati #1 | Chiara

Io e Chiara usciamo insieme dal portone di una casa, dopo una festa. La notte è buia, ma non fredda. Le cingo la vita, e tra la mia mano e la sua schiena nervosa c’è solo lo strato di un morbido vestito nero. Ha i capelli rossi molto più corti, e mossi, del solito; le arrivano alle spalle. Se possibile, la trovo ancora più magra. Scendiamo per una strada ripida, probabilmente via Crispi; la sto accompagnando alla macchina, lì dove c’è Gagosian. Ci guardiamo con la solita aria imbarazzata del “vorrei dirti delle cose, ma tanto già le sai”. L’imbarazzo è solo aumentato dal fatto che - così si dice nella vita vera - si è da poco lasciata, dopo tanti anni con lo stesso ragazzo [questa informazione me la porto dietro anche nel sogno]. Allora glielo dico, ma in tono scherzoso: “E’ sempre bello vederti, ma perchè io e te non stiamo insieme?”. Le sue lentiggini ridono all’unisono, si accendono sulla pelle bianca come tanti piccoli neon. Non risponde, ma continua a lasciarsi abbracciare. Mi illudo, finchè la discesa finisce e, con uno scarto logico che non mi è chiarissimo, ci ritroviamo accanto alla sua macchina, ma non siamo più da soli. C’è anche un ragazzo. Non so da dove sia arrivato, nè se era anche lui alla festa. La sua figura non mi è familiare, e nel sogno è fuori fuoco. E’ un ragazzo alto, grosso, con la barba e lo sguardo di chi la sa lunga [dettagli insignificanti perchè in questo periodo, a Roma, tutti i ragazzi hanno queste sembianze]. Con Chiara si conoscono, forse sono colleghi. Inziano a parlare in maniera fitta, e penso che le loro parole siano più intime del nostro contatto fisico durante la discesa. Lei lo guarda come non mi ha mai guardato. Capisco che sono di troppo. Non faccio in tempo ad allontanarmi che lui la bacia sulla bocca. Nonostante le mie illusioni, lei non fa nulla per schivare il bacio. Si baciano, senza lingua, e mi sembra che lei, per un attimo, mi guardi, ma non so se con sfida o con tenerezza. Senza salutare, mi giro e risalgo la strada. Di colpo la notte mi sembra freddissima. Alzo il bavero del cappotto per proteggermi dal vento. Decido di non voltarmi, di dimenticare, ma dopo pochi passi lo faccio. Sono costretto a farlo. Con l’espressione più offesa di cui sono capace fulmino Chiara con tutto il mio dolore. Anche lei, per un secondo, sembra insicura. Faccio altri due passi, e mi volto di nuovo. Il bacio continua. Arrivo in cima alla strada, e mi sveglio.

[La mattina, le mando un messaggio per raccontarle - sintetizzando il contenuto - il sogno. Le scrivo anche: “Non serve Freud per capire che mi manchi”. Mi risponde che anche io le manco, e che dobbiamo vederci; ma soprattutto, che sta per partire per un viaggio in California. Non serve Matteo Nucci per capire che ci sta andando con il ragazzo con la barba]

I dialoghi della cyclette #1

Seduto in cyclette a leggere La narcisata, più o meno al punto in cui compare Irina Plissé, “la famosa ex-bambina prodigio dei film di Stalin che stava facendo la traversata da Rosati a Doney con un paltò bianco stretto in vita”, con il bel gruppetto di borgata che le si avvicina dicendo forte “bella fregna! bella fregna!”, e lei che s’informa con Augusto “ma cosa si deve rispondere in questi casi, così alla sprovvista?”, e lui, arrabbiato, le risponde “ma ringrazia, cretina, si capisce! da quanti anni non ti senti dire bella fregna da qualcuno, eh? o ti càpita tutti i giorni?”, e allora tutti: grazie, grazie, è stata  una cosa veramente carina e chic!, seduto, insomma, con il libro in mano, ecco che mi parla la Giovane Funzionaria Pubblica Campana - di cui so: che passa tutti i giorni due ore in palestra; che abita lì vicino; che non ha amici; che è triste perchè il personal trainer dopo quattro anni non la segue più; che la sera prima di cenare da sola fa la lavatrice e stende i panni nello stanzino; che non è mai stata al Caminetto - generando questo vero dialogo da Parioli ai tempi della crisi.

Che leggi?

Arbasino.

Ah.

Tu leggi?

No.

Leggi poco?

No, non leggo mai.

Perchè?

Perchè a scuola me lo imponevano.

[Mio silenzio. Vedo che mi fissa. Mi sento in dovere di dire qualcosa]

Allora ti piace il cinema?

No.

[Secondo mio silenzio, ancora più lungo, forse ancora più significativo]

La musica?

Quello sì.

Tipo?

[Suo lungo silenzio, molto assorto]

Gigi D’Alessio.

Ah.

[Con la scusa del tapis roulant che si è liberato - io faccio solo cardio - mi allontano da lei senza smettere di sorridere].

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Neanche un’ora più tardi mi ritrovo dentro un attico del Flaminio, dove sono radunati dei francesi frolli e dei romani fuori contesto e una sessantenne con un tailleur color carta da zucchero pontifica sul bisogno di immortalità che l’umanità ha sempre inseguito, ben prima della comparsa dei telefonini “dei nostri figli” (parla per te, le vorrei dire). Vorrei intervenire per ribattere, sentendomi chiamato in causa in qualità di Figlio, ma sento una mano sulla spalla, è la padrona di casa, va bene il salotto letterario, va bene il cascamorto con la separata di Vigna Clara, va bene la retorica sul virtuale, va bene la pasta con la bottarga, va bene il vino bianco dei Castelli, va bene pure il “j’habité a Geneve”, ma - dice con l’erre moscia - sono quindici euro grazie. Lì capisco che è vero quello che diciamo sempre, a noi la cultura ci ha rovinato.

Diagonal

La notte, nichilista, ci inghiotte
nelle tue esse morbide come tasche di un cappotto
che dimentico nel guardaroba del club
in cui ci siamo conosciuti.

Sul marciapiede ci baciamo
prima che faccia in tempo a capire
che non sei una pianta carnivora
e che ha smesso di piovere.

La Diagonal non è fredda se mi tieni la mano
e mi parli della costa
in cui passeremo fine settimana indimenticabili
nella casa dei tuoi nonni.

Anche se so che non è vero
perché ogni abbandono è impossibile
mi perdo nei tuoi occhi socchiusi
come i lettini di una spiaggia a fine giornata.

Il nostro errore è sempre lo stesso
ci affezioniamo troppo alle albe e alle strade vuote
ma le illusioni, per dolci che siano,
non sono mai quello che speravamo.

Il portone di ferro ti inghiotte
nel sogno di un appartamento che non vedrò mai
perché sono già lontano, come un pedalò alla deriva
verso la prossima baia.

La nostra stupida, improbabile felicita’

Resoluciòn de ser feliz

por encima de todo, contra todos

y contra mì, de nuevo

-y por encima de todo, ser feliz-

vuelvo a tomar esa resoluciòn.

Pero màs que el propòsito de enmienda

dura el dolor de corazòn.

Resoluciòn, poesia da pariolo in crisi di Jaime Gil de Biedma

La lezione di Duchamp

CABANNE: You were heading toward painting. What did you expect from it?

DUCHAMP: I have no idea. I really had no program, or any established plan. I didn’t even ask myself if I should sell my paintings or not. There was no theoretical substratum. Do you understand what I mean? Things were sort of Bohemian in Montmartre - one lived, one painted, one was a painter - all that doesn’t mean anything, fundamentally. Certainly it still goes on today. One is a painter because one wants so-called feedom; one doesn’t wanto to go to the office every morning.

Fino a febbraio, alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna, sono esposti - tra gli altri - i ready-made italiani di Marcel Duchamp. Vale la pena andarci, anche solo per ripassare lezioni come questa.

Accademia Belgica

Le tre ragazze pallide - pianoforte, violino e violoncello - provano nel salone degli arazzi. Melodie gravi, sguardi incerti. La regina del Belgio le osserva dalla parete. Arredamenti in legno. Fuori è buio, dietro le tende si intuisce che piove. Gli spettatori hanno visi esplosi alla Francis Bacon. Poche parole secche e gutturali. Inizia il concerto. I loro contegni denotano adolescenze umide e temibilmente serie. Pane nero. Sogni di Andalusia. Risuonano i passi sull’acciottolato scuro di Gent. La sera, nei locali, i ragazzi sono goffi, non sanno ballare. Le tre ragazze continuano a suonare Rachmaninov, Trio élégiaque no. 1 in sol minore, e il resto non importa.

Auditorium

Vecchi che tossiscono, che scatarrano, che si soffiano il naso, che ansimano, che grugniscono, che borbottano, che scartano caramelle, che aprono pacchetti di gomme, che si muovono, che fanno cadere il bastone, che sfogliano il programma, che starnutiscono, che tossiscono ancora, che commentano, che cambiano posizione, che scorrono zip, che spengono il telefono, che si grattano, che fanno cadere gli occhiali, che tossiscono un altro po’, che si strozzano, che tossiscono di nuovo, uno dopo l’altro, uno sopra l’altro, una continuazione, e intanto qualcuno sul palco suona il pianoforte, disturbando i vecchi che tossiscono.

Più tardi, nel foyer, grandi critiche a Renzo Piano per l’acustica, non si sentiva niente.

"Roma non e’ un paese per il tennis". Estratto di un carteggio

Caro Edmond,
ieri ho preso 6/2 6/1 da Lorenzo.
Il risultato, lo dico subito, è un po’ bugiardo, ma dettato, principalmente, da due fattori: lui è stato quasi perfetto, soprattutto alla risposta, che anticipava alla Agassi; io - siccome per una volta mi sentivo fisicamente in forma - ho giocato molto allegro, quasi nichilista, parecchio serve&volley e in generale un gioco d’attacco; e a questi livelli, contro un avversario solido da fondo su entrambi i colpi, è una scelta che paga poco. Avrei dovuto fare il pallettaro, farlo correre (l’ho visto un po’ appanzato recentemente), giocargli sporco, ma quelle strategie le lascio a te.
Sono sincero: nonostante il risultato, sono stato contento del gioco e della partita (poi lui ci tiene un sacco a vincere, quindi ragione in più). Dopo sono andato a sentire Rachmaninoff, e lì ho capito una cosa: il tennista è come il pianista, non deve pensare, se pensa - e si ferma - è finito. Deve dimenticarsi di essere lì. Puro spirito, come un torero.
Ho raccontato a Lorenzo che ultimamente mi hai battuto con merito, dice che vuole giocare con te (bravo Edmond, vedi che la tua reputazione sta cambiando?).
Quanto a noi, chissà quando riusciremo a giocare, qua piove sempre. Se ti va prenota già un campo per una sera della settimana prossima…e incrociamo le dita.
Ti saluto,
Dionigi
***
Caro Dionigi,
io continuo il mio percorso di affrancamento, cercando di sfidare più persone possibili e di vincere giocando pulito. Chiamo anche punti buoni quando la palla è chiaramente fuori. Sono convinto che questo percorso porterá tra cinque o sei anni i suoi frutti a livello di fama, perchè si sa, nel tennis le cattive opinioni diventano pietre. “Edmond? Non ho mai capito alcune sue chiamate out, per carità bravo ma credo sia miope”.
Il risultato di ieri per uno come te è troppo netto, la prima posizione del circuito è a rischio se non confermi i punti di questa estate.
Con Lorenzo ci gioco volentieri, mi serve una nuova sfida, uno zero a zero nei precedenti.
Roma non è un paese per il tennis. Siamo schiavi della pioggia e, quando finirà, il popolo dei tennisti si riverserà con aggressività sui campi disponibili creando una folle congestione di tennis.
A presto,
Edmond
PS Ho letto i saggi di Foster Wallace che mi hai regalato, e con grande gioia nel libro era presente anche “Federer come esperienza religiosa”, oltre al pezzo sugli US Open. Mi è piaciuto molto, anche se per trovarti completamente d’accordo con chi scrive dovresti venerare Federer, cosa che ho sempre fatto fatica a fare.