I Parioli al tempo della crisi

Tra le case del Villaggio Olimpico

Ci sono luoghi che esistono solo per chi li vede. Questa è la spiegazione che mi do quando passeggio con il cane per i giardini tra le case del Villaggio Olimpico. Per me non esiste posto in cui mi sento più a mio agio in tutta la città, e siccome mi ci ritrovo quasi sempre da solo, vorrà dire che quei giardini, quelle case, quelle finestre, quegli appartamenti che si intravedono dalle finestre, anche il mio cane, sono solo delle cose vuote che riempio di un significato che capisco solo io.

Mai i Parioli sembrano così distanti come dal quartiere con cui confinano, e Villa Glori - dove ci fiondavamo l’ultimo giorno delle scuole medie per riempirci di schiuma da barba dalla testa ai piedi - è il muro di Berlino ancora in piedi che separa questi due angoli di Roma nord.

Il reticolato di giardini che collega dal basso le case del Villaggio Olimpico, alcuni incolti, alcuni curati, alcuni con gli alberi, alcuni con le siepi, è per me il simulacro di una città civile, nordeuropea, che infatti non esiste. L’unico piacere che provavo nella squallida Malmö - e in ogni città del nord - era passeggiare per il suo parco, era come se ci fossi cresciuto in quel parco, e i giardini del Villaggio Olimpico condividono la stessa serenità civica. Le piante appoggiate sui davanzali sbeccati, i bizzarri cerchi in mattoni sui tetti, la consolante ripetitività degli edifici (la stessa delle canzoni dei Lali Puna), gli alberi da frutto piantati da generosi vicini per tutta la comunità, con il cartello che spiega che le albicocche si possono prendere, basta lasciarle anche agli altri, le politiche sessuali discrete degli interni domestici intonacati di bianco, gli scorci tra un edificio e l’altro. Mi aggiro come un turista che ha preso una macchina a noleggio ma si è perso e non incontra nessuno a cui chiedere informazioni stradali tra i piloni-palafitta, come un Nanni Moretti sceso dalla Vespa, e mi aspetto da un momento all’altro ragazze ossute con le lentiggini e le magliette a righe, ragazzi frangettoni con gli occhiali e le magliette da marinaretti, mi aspetto scene culturali da Glasgow, Stoccolma, Odense, Vigo, e invece la città che si vive è una sola, il resto sono solo illusioni, miraggi, specchi di Pistoletto, e a distrarmi è il rombo di una Smart che sfreccia accanto al Lucrezio Caro o il tonfo del coperchio di un cassonetto della differenziata sbattuto da una signora che va di corsa.

Apprezzare i giardini tra le case del Villaggio Olimpico presuppone una visione della vita, e della bellezza, che rifiuta l’intero, il compiuto, il capito. Passeggiare per quei giardini significa inciampare in frammenti di subconscio, dettagli di architetture, immagini di fantasmi, riverberi di colori, memorie di oggetti, spezzoni di maldestre sonate di Chopin che arrivano dalle finestre aperte di un terzo piano, collage visivi di elementi che esistono nello stesso spazio eppure non cessano di essere incongrui. Non so perchè ci hanno insegnato questo culto di classificare le cose che si vedono, questo dogma di separare le cose che si vedono - i palazzi dai giardini, le finestre dalle piante sui davanzali, i tetti dal cielo -, di inserire ogni cosa al suo posto in un quadro più grande, di trarre conclusioni generali dalle nostre osservazioni, e non ci hanno invece concesso il piacere di osservare i dettagli nella loro assenza di significato, di abbandonarci a questi dettagli per come sono, dettagli appunto, dedicando alla loro contemplazione, alla loro composizione surreale, l’attenzione aspergeriana che utilizziamo per cercare di comprendere in ogni momento tutto quello che ci passa davanti agli occhi. I giardini tra le case del Villaggio Olimpico mi piacciono perchè sono una polaroid sbiadita, possiedono la bellezza di quei dieci secondi di Kind of blue che si ascoltano quando si riaccende la macchina per spostarla di un metro indietro dopo che ci si è accorti di averla parcheggiata troppo attaccata a quella davanti, hanno la qualità della fotocopia di una fotocopia, e il vento che sibila tra le piante del maneggio ha la consistenza del fruscio di una cassetta usata più volte per registrare i concerti alla radio. Quando si torna a casa rimane quello che rimane di un sogno al mattino, diapositive sfocate che non capiamo neanche noi cosa vogliono dire, e ci sentiamo come dei camerieri che tornano in albergo attraversando una spiaggia deserta, con i vassoi vuoti, ormai all’alba.

Sofia Coppola sulla Prenestina

Forse hanno esagerato gli amici a organizzare l’annuale festa estiva sulla Prenestina, da piazza Euclide la fine della Tangenziale è luogo esotico, vagamente malfamato, ma soprattutto irraggiungibile, i tom tom non sono tarati, non coprono quel quadrante di città, si bloccano arrivati da Cisalfa, e dunque l’ex fabbrica bombardata e riempita di graffiti fa sì l’effetto Berlino desiderato, però anche l’effetto Addio a Berlino, perchè molta gente non viene, lo spazio rimane semi-vuoto, e tanta musica commerciale degli ultimi vent’anni suona invano.

Incontro Nino, pariolino incallito, un po’ sottotono, neanche abbronzato come al solito, gli chiedo perchè non si sia mascherato, visto che il tema è - la faccio breve - il mondo dopo un olocausto nucleare, quindi brandelli di vestiti, jeans macchiati, passamanerie militari, ed effettivamente è tutto un trionfo di maschere antigas, pantaloni verdi da guerra comprati al ginnasio a via Sannio, giacche mimetiche, che però più che altro fanno effetto hipster di Vigna Stelluti se combinato con taglio sfumato di Harumi, e Nino invece sembra appena uscito dall’Hungaria, cinque tasche di Bottiglieria, camicia di cotone grezzo, occhiale da lettura. “Perchè noi anche dopo il caos saremo comunque pariolini”.

Tra tutte le facce che riconosco, i reduci delle ricreazioni al Mameli che oggi non hanno nè figli nè fedi, ce n’è una che mi colpisce. Mi è familiare, ma in modo strano. Sopra il vestitino nero, con gonna corta ma comoda, e gambe razionali, che parla con un Mauro di Francesco con tanto di golfetto blu da serata alla Capannina sulle spalle, c’è il viso di Sofia Coppola. Per un attimo non siamo più a una festa pariolina finto-alternativa, siamo in un party in un hangar abbandonato del Meatpacking District. In preda all’allucinazione mi avvicino, è proprio la regista. “Ti hanno mai detto che sei uguale a Sofia Coppola?”, le chiedo. Lei scoppia in un sorriso inaspettato, si sta annoiando a morte con il nano cotonato. Mi sembra più carina della regista americana, ma lo tengo per me. “No, è la prima volta che me lo dicono, grazie!”. Qualcuno mi chiama, è il fratello di un mio amico, ha la mascherina bianca sulla bocca e dei segni neri dipinti sulle guance, mi allontana un attimo dalla Coppola per farmi vedere una chiattona con la bandana che balla - balla, più che altro si dimena, suda - a pochi metri da noi. “Che ne pensi della Bandanata [la chiamerà così tutta la notte]?”. Cosa penso, che fa schifo. Glielo dico. Alzo gli occhi e la Coppola, con il telefono in mano, mi fissa e ride. I suoi occhi mi reclamano. Quando le sono a fianco, con una mano appoggiata sul mio braccio mi fa vedere le foto di Sofia su Google Immagini. Ne ingrandisce una con l’espressione meno corrucciata del solito. “Hai ragione, mi assomiglia”. Le chiedo se le fa piacere. “Sì, molto”. Ci presentiamo. Provo a indovinare il suo quartiere: Fleming e poi Parioli. Nessuno dei due. Costanza mi sciocca tirando fuori una via Taranto (eppure, chissà perchè, a San Giovanni ci avevo pure pensato). In sequenza: aneddoto su via Taranto; banalità su San Giovanni; commento scialbo sulla festa pariolina, e gli argomenti sono belli che finiti. A quel punto lei mi guarda e mi chiede quello che vorrebbe chiedermi da quando sono ritornato: “Ma chi è Sofia Coppola?”

Segue conversazione esangue sul cinema che ci piace, gruppone di suoi amici che arrivano capitanato da un camicione bianco simpaticissimo, incomunicabilità tra quartieri, un finale alla Lost in Translation.

Contro Michele Mari, per il tennis

Per motivi che mi sono ignoti, ma che si avvicinano a un attacco personale, qualche giorno fa il sito della rivista Nuovi Argomenti ha deciso di rispolverare un numero del 2000 dedicato a Roma, ripubblicando il contributo di Michele Mari su Roma Nord.

A un certo punto, con altrettanta immotivazione, Michele Mari, che leggo su Internet essere uno scrittore, anche famoso a giudicare dalle case editrici che hanno pubblicato le sue non poche opere, si lancia in una breve digressione/invettiva – che mi ha fatto pensare, in negativo, a certi assoli impazziti di John Surman – su quello che ai suoi occhi appare come il peggior difetto della parte di Roma di cui tristemente gli è toccata la descrizione, vale a dire essere la culla del tennis di questa città. La grettezza, il livore e la falsità del passaggio di Michele Mari si colgono solo riportandolo per intero, cosa che farò:

Così, tornando a Roma nord, è vero che nel cuore dei Parioli c’è un luogo augusto ed altamente simbolico come casa Bellonci, ma è anche vero che bastano le pariòlidi facce di Panatta e Pietrangeli a spazzare via quella nobile aura. Perché è questa una delle colpe illavabili di Roma nord: produrre tennisti, esibire il Foro Italico, ospitare gli Internazionali di tennis. Altra grandissima colpa, i Circoli sportivi sul Tevere, nei confronti dei quali ammetto ogni pregiudizio e ogni manicheismo: templi di volgarità estetica prima ancora che morale, tali Circoli sono popolati dalla mia visione incubosa da individui che hanno TUTTI la faccia ghignante di Previti (Cesarone!), la stessa abbronzatura offensiva, la stessa bocca da squalo, le stesse catenelle d’oro da mezzo chilo l’una.

Dunque, la colpa addirittura illavabile di Roma nord siamo noi che durante la settimana, rosicchiando qualche ora dai nostri miserabili lavori, ci sfiliamo le cravatte e indossiamo le scarpe da tennis, con le nostre facce pariòlidi, e i circoli che ci ospitano sono addirittura dei templi di volgarità estetica e morale. Va da sé che nelle parole di Michele Mari non vi è alcuna ironia, anzi, appaiono ponderatamente serie.

Potrei rispondere a Michele Mari che, per fortuna, tutta la città, e non solo Roma nord, è abbellita dai circoli di tennis, o che sulle sponde dell’intero corso del Tevere spuntano, qua e là, queste oasi in terra rossa. Particolarmente graditi al sottoscritto, quando gioca in trasferta, sono i campi derelitti del Gabbiano, con quel cagnone bianco che si aggira indisturbato, alla Magliana; oppure quelli placidi del sepolcrale Oasi di Pace, all’Ardeatina; oppure ancora quelli nascosti dalla pineta di via di Malafede; per non parlare dei tanti ritrovi tennistici dell’EUR (che però, sono sicuro, Michele Mari immediatamente etichetterebbe come quartiere-appendice di Roma nord).

Potrei rispondergli, tornando appunto a Roma nord, che i circoli in cui gioco, disseminati a ridosso del fiume - il Tennis Flaminio, il Dopolavoro Atac, la Stampa, il Mirage - hanno nomi e aspetti poco previteschi, gli spogliatoi prefabbricati, quattro o cinque campi malandati, la terra fina come sabbia che quando soffia la tramontana evapora, le righe malmesse che quando vengono colpite producono lo stesso effetto del pallone che si scontra con l’onda, vicini di campo anche vecchi con completini raffazzonati ed eleganti visiere verdi del casinò di San Vincent, prezzi orari che oscillano dai 12 ai 15 euro a seconda dell’uso delle luci artificiali spesso con lampadine rotte, gestori con cappellini logori che uccidono il tempo innaffiando i campi divorati dall’afa, maestri fané che trovano sollievo ai loro dolori articolari quando i giovani allievi raccolgono le palline e ancora insegnano il servizio consigliando la cosiddetta presa del martello.

Potrei rispondere, a questo odiatore di tennisti, che quando leggo sull’agenda che quel giorno ho un campo da tennis prenotato, quella giornata, per me, è già una bella giornata, una giornata riuscita, una giornata in cui so che sarò felice, anche se solo per il tempo di due o tre set, e che questo pensiero attraversa la testa di tutti i miei amici, e probabilmente di tutti i tennisti, che leggono sull’agenda che hanno un campo prenotato per quel giorno. Che tra amici che giochiamo a tennis ci vogliamo bene e ci applaudiamo, ci facciamo gli occhietti quando il punto è tragicomico e spettacolare alla villaggio Valtur e ci prendiamo in giro, è un legame che si rinsalda a ogni punto, a ogni passante, a ogni palla corta ribattuta con un pallonetto, a ogni doccia nello spogliatoio, a ogni acqua naturale condivisa sulla panchina del campo assolato. Che in campo inseguiamo l’eleganza, utilizziamo l’intelligenza, corteggiamo l’audacia, approfittiamo della lampada naturale del sole alto durante i due game in cui gli giochiamo contro per togliere quell’aria cadaverica dai nostri visi.

Potrei, ma non me ne frega niente, sono certo che Michele Mari odia il tennis perché odia gli amici, forse anzi non ha amici, perché odia il sole, forse anzi dal sole del mare si ripara sotto squallidi ombrelloni, perché odia farsi la doccia negli spogliatoi, forse anzi non è mai entrato in uno spogliatoio, perché odia lo sport, forse anzi alle cene sulle terrazze radical dell’Appio Latino fa lo spiritoso con il conoscente che incautamente gioca a calcetto dicendo che lo sport fa male! o che lui l’unico sport che concepisce è quello di sollevare un libro dal comodino e portarlo sul petto, perché odia l’eleganza, forse anzi in questo periodo dell’anno indossa anche le Birkenstock.

Soprattutto potrei ma non voglio, non voglio che Michele Mari un giorno possa anche solo rischiare di convertirsi al tennis, impresa peraltro impossibile in un quartiere come San Giovanni dove abbondano gli appartamenti dai soffitti bassi e le zitelle trentenni che lavorano nelle associazioni di categoria ma non esistono campi di terra rossa, e poi tra poco devo andare a giocare, e so che di fronte all’ennesima discesa a rete del mio amico mancino mi verranno in mente quei versi di Gianni Clerici che dicono

Nel domandarmi quale

mai vizio vano

mi riconduce a voi

taglia il tramonto

la traccia candidissima

di un lob

e in quel momento saprò, con l’esattezza e la grazia di una volée di Stefan Edberg, che tutte le parole versate da Michele Mari in questo articolo su Roma nord, impregnate di risentimento coma una pallina è impregnata della terra del campo pesante, e forse tutte le parole versate da Michele Mari nelle sue opere, valgono meno – letterariamente parlando – del mio lob ben calibrato che mi regala un insperato quindici.

Frammenti di un dialogo tra due amici su una mostra di impressionisti danesi in Abruzzo ai Parioli

M. Voi volete andare lì solo per dileggiare quei poveretti. 
D. No, siamo assidui frequentatori degli eventi culturali dell’ambasciata, sia per l’amicizia verso quella nobile terra, ma soprattutto per la devozione verso sua Eccellenza l’Amb. A. H., forse il più bel capo missione del mondo e della storia della diplomazia. Da amanti della fica, poi, siamo certi che dal connubio danubiano serbo-slovacco potremo trarre grosse soddisfazioni.
Per “dileggiare” ci basta la mostra sugli impressionisti danesi in Abruzzo…
M. E già mi figuro frammenti di Styge bucolici e poverissimi anche con donnicciole molto vedove ancorché giovanissime e paeselli diruti in epoche anche prebelliche.
Poi in quell’ambasciata avreste anche la possibilità di incontrare M. e tentare finalmente di arrivare a possedere grandi appezzamenti di fruttuosissime  terre meridiane, indubbiamente un vostro nemmeno troppo celato sogno. 
[…] Dall’alloggio di via della Spiga 2 dove abita da decenni e donde periodicamente minacciano di cacciarla e lì cronisti del Corriere prontissimi a raccogliere le sue preci disperate è appena uscita Carla Fracci, in una nuvola di stracci bianchissimi mai stirati volontariamente anche costosi forse ritagli di tailleurini Curiel qui dipresso. Perfetta la posizione dei piedi, ça va sans dire fasciati da ballerine. 
D. E’ vero, l’unico punto di contatto fra la mostra di lunedì [dei pittori impressionisti danesi] e quella di giovedi [dei pittori naif slovacchi] è proprio M. Oramai divenuta radical-bo bo, a giudicare dagli occhiali d’osso, il trench e il baschetto di cachemire color caccadipupo che indossava l’altro giorno in via Frattina insieme a soreta e mammeta…. 
La Signora Madre mi è parsa una donna di personalità, non certo bellissima, ma dall’innato orgoglio balcanico […] tre donne che facevano shopping sfrenato a via Frattina l’otto marzo sono state nient’altro che un’epifania di tre erinni, tre nemesi […] vedove ed orfane del maschio nella perenne attesa di castrarne uno nuovo, onoravano il dio Mercurio strisciando la credit card.
Mi domando quando avremo la fortuna di vederle nuovamente baccanti, ma saranno baccanti sanguinarie, in un gioco di morte, dove sangue e vino (abruzzese, ça va sans dire) si fonderanno e noi brinderemo a quell’Orfeo straziato, a quel giovane ucciso, spompinato a morte.

Requiem per smartphone | Primo capitolo: wapp

Dopo cinque anni di smartphone, preso da un raptus amish antiprogressista, ormai una settimana fa sono uscito di casa diretto prima alla pariolissima Nova di piazza Ungheria per acquistare un basico nokia e poi al negozio Tim a cambiare l’abbonamento, altrettanto pariolo, che mi forniva una copertura Internet praticamente devastante. In questi cinque anni, ho fatto di tutto con questo smartphone e, tirando un bilancio, ben poco di buono.

Cerchiamo di analizzare la questione.

L’applicazione wapp, ormai notissima anche tra i non adolescenti, è quella chat infinita che non avrà mai un punto definitivo e ti porterà ad avere un rapporto distorto anche con il portiere del calciotto del lunedì che legge e non risponde; figuriamoci con una donna che ti deve dire se questo cazzo di caffè si può fare o no e ti risponde con un “…ahahhahahahha, ma invece ieri che hai fatto?…” e via discorsi infiniti in cui te non metti mai un punto e inizi a raccontarle la tua serata con omissioni e articolazioni inventatate di rito. Il caffè, caro mio, non si farà mai; al massimo ti viene concessa la cazzata di scriverle alle quattro di mattina completamente ubriaco un cavernicolo “ooooo…che fai?” che dovrebbe essere offensivo, per orario e modalità, anche per un trans che ha appena messo un annuncio su bakeka.

Wapp, oltre a non farti scopare, è il primo parametro di autismo social, inaccettabile compulsione in grado di rovinare qualsiasi tipo di incontro. Paradosso vuole che tu non goda della compagnia delle persone che hai fisicamente di fronte per chattare con altre che sono in luoghi fisici simili al vostro per la malata abitudine di guardare dentro quella scatola infernale. La beffa consiste in un ulteriore paradosso, ossia che se quelle persone con cui chattate fossero di fronte a voi, voi troverete modo di parlare elettronicamente con altre persone ancora, magari proprio quelle che stasera state ignorando.

Quindi ricapitolando: non si scopa, non si parla e non si riesce a essere incisivi.

(continua)

Sogni rubati #1 | Chiara

Io e Chiara usciamo insieme dal portone di una casa, dopo una festa. La notte è buia, ma non fredda. Le cingo la vita, e tra la mia mano e la sua schiena nervosa c’è solo lo strato di un morbido vestito nero. Ha i capelli rossi molto più corti, e mossi, del solito; le arrivano alle spalle. Se possibile, la trovo ancora più magra. Scendiamo per una strada ripida, probabilmente via Crispi; la sto accompagnando alla macchina, lì dove c’è Gagosian. Ci guardiamo con la solita aria imbarazzata del “vorrei dirti delle cose, ma tanto già le sai”. L’imbarazzo è solo aumentato dal fatto che - così si dice nella vita vera - si è da poco lasciata, dopo tanti anni con lo stesso ragazzo [questa informazione me la porto dietro anche nel sogno]. Allora glielo dico, ma in tono scherzoso: “E’ sempre bello vederti, ma perchè io e te non stiamo insieme?”. Le sue lentiggini ridono all’unisono, si accendono sulla pelle bianca come tanti piccoli neon. Non risponde, ma continua a lasciarsi abbracciare. Mi illudo, finchè la discesa finisce e, con uno scarto logico che non mi è chiarissimo, ci ritroviamo accanto alla sua macchina, ma non siamo più da soli. C’è anche un ragazzo. Non so da dove sia arrivato, nè se era anche lui alla festa. La sua figura non mi è familiare, e nel sogno è fuori fuoco. E’ un ragazzo alto, grosso, con la barba e lo sguardo di chi la sa lunga [dettagli insignificanti perchè in questo periodo, a Roma, tutti i ragazzi hanno queste sembianze]. Con Chiara si conoscono, forse sono colleghi. Inziano a parlare in maniera fitta, e penso che le loro parole siano più intime del nostro contatto fisico durante la discesa. Lei lo guarda come non mi ha mai guardato. Capisco che sono di troppo. Non faccio in tempo ad allontanarmi che lui la bacia sulla bocca. Nonostante le mie illusioni, lei non fa nulla per schivare il bacio. Si baciano, senza lingua, e mi sembra che lei, per un attimo, mi guardi, ma non so se con sfida o con tenerezza. Senza salutare, mi giro e risalgo la strada. Di colpo la notte mi sembra freddissima. Alzo il bavero del cappotto per proteggermi dal vento. Decido di non voltarmi, di dimenticare, ma dopo pochi passi lo faccio. Sono costretto a farlo. Con l’espressione più offesa di cui sono capace fulmino Chiara con tutto il mio dolore. Anche lei, per un secondo, sembra insicura. Faccio altri due passi, e mi volto di nuovo. Il bacio continua. Arrivo in cima alla strada, e mi sveglio.

[La mattina, le mando un messaggio per raccontarle - sintetizzando il contenuto - il sogno. Le scrivo anche: “Non serve Freud per capire che mi manchi”. Mi risponde che anche io le manco, e che dobbiamo vederci; ma soprattutto, che sta per partire per un viaggio in California. Non serve Matteo Nucci per capire che ci sta andando con il ragazzo con la barba]

I dialoghi della cyclette #1

Seduto in cyclette a leggere La narcisata, più o meno al punto in cui compare Irina Plissé, “la famosa ex-bambina prodigio dei film di Stalin che stava facendo la traversata da Rosati a Doney con un paltò bianco stretto in vita”, con il bel gruppetto di borgata che le si avvicina dicendo forte “bella fregna! bella fregna!”, e lei che s’informa con Augusto “ma cosa si deve rispondere in questi casi, così alla sprovvista?”, e lui, arrabbiato, le risponde “ma ringrazia, cretina, si capisce! da quanti anni non ti senti dire bella fregna da qualcuno, eh? o ti càpita tutti i giorni?”, e allora tutti: grazie, grazie, è stata  una cosa veramente carina e chic!, seduto, insomma, con il libro in mano, ecco che mi parla la Giovane Funzionaria Pubblica Campana - di cui so: che passa tutti i giorni due ore in palestra; che abita lì vicino; che non ha amici; che è triste perchè il personal trainer dopo quattro anni non la segue più; che la sera prima di cenare da sola fa la lavatrice e stende i panni nello stanzino; che non è mai stata al Caminetto - generando questo vero dialogo da Parioli ai tempi della crisi.

Che leggi?

Arbasino.

Ah.

Tu leggi?

No.

Leggi poco?

No, non leggo mai.

Perchè?

Perchè a scuola me lo imponevano.

[Mio silenzio. Vedo che mi fissa. Mi sento in dovere di dire qualcosa]

Allora ti piace il cinema?

No.

[Secondo mio silenzio, ancora più lungo, forse ancora più significativo]

La musica?

Quello sì.

Tipo?

[Suo lungo silenzio, molto assorto]

Gigi D’Alessio.

Ah.

[Con la scusa del tapis roulant che si è liberato - io faccio solo cardio - mi allontano da lei senza smettere di sorridere].

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Neanche un’ora più tardi mi ritrovo dentro un attico del Flaminio, dove sono radunati dei francesi frolli e dei romani fuori contesto e una sessantenne con un tailleur color carta da zucchero pontifica sul bisogno di immortalità che l’umanità ha sempre inseguito, ben prima della comparsa dei telefonini “dei nostri figli” (parla per te, le vorrei dire). Vorrei intervenire per ribattere, sentendomi chiamato in causa in qualità di Figlio, ma sento una mano sulla spalla, è la padrona di casa, va bene il salotto letterario, va bene il cascamorto con la separata di Vigna Clara, va bene la retorica sul virtuale, va bene la pasta con la bottarga, va bene il vino bianco dei Castelli, va bene pure il “j’habité a Geneve”, ma - dice con l’erre moscia - sono quindici euro grazie. Lì capisco che è vero quello che diciamo sempre, a noi la cultura ci ha rovinato.

Diagonal

La notte, nichilista, ci inghiotte
nelle tue esse morbide come tasche di un cappotto
che dimentico nel guardaroba del club
in cui ci siamo conosciuti.

Sul marciapiede ci baciamo
prima che faccia in tempo a capire
che non sei una pianta carnivora
e che ha smesso di piovere.

La Diagonal non è fredda se mi tieni la mano
e mi parli della costa
in cui passeremo fine settimana indimenticabili
nella casa dei tuoi nonni.

Anche se so che non è vero
perché ogni abbandono è impossibile
mi perdo nei tuoi occhi socchiusi
come i lettini di una spiaggia a fine giornata.

Il nostro errore è sempre lo stesso
ci affezioniamo troppo alle albe e alle strade vuote
ma le illusioni, per dolci che siano,
non sono mai quello che speravamo.

Il portone di ferro ti inghiotte
nel sogno di un appartamento che non vedrò mai
perché sono già lontano, come un pedalò alla deriva
verso la prossima baia.

La nostra stupida, improbabile felicita’

Resoluciòn de ser feliz

por encima de todo, contra todos

y contra mì, de nuevo

-y por encima de todo, ser feliz-

vuelvo a tomar esa resoluciòn.

Pero màs que el propòsito de enmienda

dura el dolor de corazòn.

Resoluciòn, poesia da pariolo in crisi di Jaime Gil de Biedma

La lezione di Duchamp

CABANNE: You were heading toward painting. What did you expect from it?

DUCHAMP: I have no idea. I really had no program, or any established plan. I didn’t even ask myself if I should sell my paintings or not. There was no theoretical substratum. Do you understand what I mean? Things were sort of Bohemian in Montmartre - one lived, one painted, one was a painter - all that doesn’t mean anything, fundamentally. Certainly it still goes on today. One is a painter because one wants so-called feedom; one doesn’t wanto to go to the office every morning.

Fino a febbraio, alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna, sono esposti - tra gli altri - i ready-made italiani di Marcel Duchamp. Vale la pena andarci, anche solo per ripassare lezioni come questa.